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21st Century Design: the interview

author:
Luca Magarò
pics:
21st Century Design
extra:

published on 18 May 04
 
21st Century Design

Si dice che la prima volta, nel bene e nel male, non la scordi mai. Questo è vero anche quando si tratta di fare un'intervista. La mia prima intervista, la prima per designunits . Si dice anche che per quanto tu ti possa preparare per una cosa se qualcosa deve andare storto lo farà, come è successo a me. Con tutto che avevo comprato due confezioni di batterie e di cassette, il mio registratore proprio non ne voleva sapere di funzionare, il che è un problema quando hai intenzione di intervistare contemporaneamente sei persone. Comunque ci sono riuscito lo stesso grazie ad una Bic ed un'estrema sintesi. Tuttavia quello che state per leggere è più il reportage di una chiacchierata che la stesura di un'intervista.

Roma 07/04/04

È l'ora di pranzo e mi trovo davanti al 47 di Via Fabiola a Roma dove ha sede lo studio 21st Century Design, con una bottiglia di Merlot in mano e con tanta curiosità nella testa.

C'è un solo citofono con un solo pulsante, non si può sbagliare, anche se rimani un po' perplesso visto che non ti trovi davanti al portone di un palazzo, ma su un passo carrabile. Tuttavia, i designers sono famosi anche per l'eccentricità dei luoghi dove decidono di aprire il loro studio, che spesso è uno specchio della loro personalità. Nel loro caso, come ho capito in seguito, il luogo non ha alcun valore senza le persone che, con l'intrecciarsi delle loro vite e delle loro esperienze, contribuiscono a rendere un luogo vivo e fortemente creativo.

Entro nello studio, dove Tommaso, che si trova al telefono, mi saluta e mi fa cenno che sarà subito da me, gli altri dello studio sono andati a fare la spesa e tra poco ci raggiungeranno. Io allora nel frattempo, colgo l'occasione, sguinzaglio la mia curiosità e mi guardo intorno. Lo studio mi appare subito molto accogliente e stranamente familiare, sarà forse perché sembra molto come la mia camera, piena di libri, di cd e di… “cose”.

Mentre il mio occhio cade sulla loro collezione di fumetti, entra da una porta Emanuele fratello di Tommaso, che insieme a Giovanni ha uno studio che si chiama Mekkanografici Associati, comunicante con questo tramite un breve corridoio.

Quella cosa, che a prima vista poteva sembrare di poco valore, mi è piaciuta molto. In quel momento, nella mia testa si facevano strada visioni utopico-surreali di piccole città-cervello dove i luoghi del creare e del sapere sono fisicamente collegati gli uni agli altri tramite corridoi dinamici e dove la condivisione delle conoscenze è l'unico vero motore trainante della società. Tutti dovremmo avere una porta attraverso la quale accedere nelle stanze dei nostri amici, per cercare nella loro libreria un libro che ci interessa o che ci hanno rubato tempo addietro, magari fischiettando un motivetto di Star Wars, come fanno Emanuele e Tommaso che, finita la telefonata é corso in suo aiuto.

Nel frattempo, mentre noi tre cazzeggiamo con i motivetti di Star Wars, arrivano gli altri con la busta della spesa.

Lo studio è stato aperto da Tommaso Ragnisco, Cristina Croce e Alessandro Spalletta nel 1995, poco dopo aver terminato gli studi presso l'I.S.I.A. (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Roma. Nel 2002 si sono uniti al nucleo originale anche Marco Flore e Maurizio de Vincentiis, anch'essi provenienti dall'ISIA e Gaia Morelli, proveniente invece dal Central Saint Martins College of Art and Design di Londra. Oggi allo studio ci sono tutti tranne Cristina, peccato perché mi avrebbe fatto molto piacere conoscere anche lei.

Ci presentiamo e incominciamo ad apparecchiare la tavola per pranzare.

L'Italia è un paese unico, in quale altro luogo ti potrebbe capitare di intervistare qualcuno a pranzo? Magari davanti ad una rosetta prosciutto e mozzarella e sorseggiando del buon vino rosso?

L'atmosfera che si respira è molto piacevole, si scherza, si beve e ci si passa le fette di prosciutto.

Io che mi ero preparato anche qualche domanda intelligente da fare, mi sono messo a litigare con il mio registratore che, dopo anni di fedele servizio aveva deciso di ribellarsi proprio quando ne avevo più bisogno. [Su questo fatto credo che scriverò un articolo prossimamente.]

Panico!

Non sono mai stato bravo a prendere appunti al liceo, preferivo ascoltare, al contrario di alcune mie compagne di classe che avevano la forma e la velocità di scrittura di una laserjet. Comunque, anche se in quel momento mi sarei voluto sentire un po' EPSON, con una Bic e con il foglio delle domande alla mano, sono partito con l'intervista.

Visto che si dice sempre che la capitale del design in Italia sia Milano, gli ho chiesto come sono arrivati alla decisione di aprire un studio di design a Roma.

I ragazzi, come faranno per tutta la chiacchierata/intervista, mi rispondono molto schiettamente che per loro che sono nati e cresciuti qui, aprire uno studio di design a Roma è stata una cosa del tutto naturale.

La cosa più importante è vivere e lavorare in un ambiente fatto di persone e luoghi stimolanti. Questa città, continuano, è piena d'arte, ha un clima mite ed è piena di persone fantastiche dal punto di vista creativo e umano. Questo fa di essa un'ottima via di mezzo tra Milano e altre città d'Italia. “Noi abbiamo avuto la fortuna di nascere a Roma e loro la sfiga di nascere a Milano.”

Contrariamente poi a quello che affermano alcuni, qui c'è molto lavoro per i designers, cosa che peraltro ho sempre creduto anch'io. Inoltre i ragazzi aggiungono che hanno deciso di aprire lo studio anche per non finire, come accade talvolta, schiavizzati e derubati delle loro idee da qualche azienda che preferisce farle firmare ad un designer già famoso, oppure da quello stesso designer-vip con il mega-studio.

Dopo aver finito di masticare un boccone del mio panino, sono partito con la mia seconda domanda indirizzata ad approfondire di più il rapporto tra Roma e il design.

I primi di novembre (2003) presso la Casa dell'Architettura a Roma si è svolto il Primo Incontro Nazionale con il Design . L'incontro ha affrontato il ruolo del design nelle strategie di crescita del paese. Sempre lo stesso mese al Ministero degli Affari Esteri a Roma è stata presentata alla stampa la quarta edizione del Design Index dell'ADI e il progetto di costituzione di un osservatorio internazionale del design a Roma.

Questi eventi hanno indotto molti designers romani a pensare che finalmente la loro città si stava aprendo al mondo del design, così ho chiesto loro cosa ne pensassero e se secondo loro era cambiato qualcosa per i designers romani da quando avevano fondato lo studio.

Sostanzialmente non è cambiato niente, mi dicono. Certo, sono consapevoli dell'importanza che questi eventi hanno sulla creazione di tutti quegli strumenti utili per tutelare i designers e il loro lavoro, per nulla definito e conosciuto in termini commerciali e strettamente legato alle questioni di proprietà intellettuale. Tuttavia il punto fondamentale rimane, per loro, quello di avere scambi culturali e fare, fare, fare...

In questo senso, ben vengano tutte queste iniziative se riescono a creare degli spazi dove i designers, ma non solo, possano esprimere la loro creatività e conoscere quella degli altri. Soprattutto se affiancata dall'esperienza di industrie che siano sensibilizzate allo sviluppo in Italia di risorse che normalmente sono sconosciute a chi produce, che siano in grado di offrire spunti pratici indispensabili ai giovani (e meno giovani) designers per la loro maturazione professionale.

Questo argomento solletica il mio interesse così decido di approfondire.

Sul loro sito ( www.21lab.net ) parlano di “una filosofia di partecipazione e discussione dei progetti” e di “cross-over tra le varie discipline e talenti”, questo mi fa pensare, anche parlandone li con loro, che la contaminazione sia un elemento fondamentale della loro creatività, così gli chiedo se ci sono altri ingredienti segreti nella loro pozione magica.

Effettivamente mi dicono, lo scambio di idee e di opinioni è alla base della loro creatività e non ci sono altri ingredienti segreti tranne quello di lavorare tantissimo. Non bisogna mai stare fermi aggiungono, si deve fare di tutto per raggiungere i propri obbiettivi e realizzare i propri progetti. Per fare questo è importantissimo circondarsi delle persone giuste, che sanno e che vogliono fare, ma soprattutto con le quali andare d'accordo caratterialmente. Essere un gruppo aiuta a produrre per tanti ambiti di mercato. Ci si spinge in ambiti non “canonici” del design. Questo è indispensabile, per il puro gusto di mantenere la creatività in esercizio con sfide nuove e per la sopravvivenza economica che, altrimenti limitata all'ambito industriale e dei prodotti, sarebbe depressa. In questo modo si ridefinisce ogni giorno la funzione del designer nel mercato e in quanto tale.

Alla luce di quello che mi hanno detto, mi viene spontaneo domandargli se posso definire il loro, come un gruppo di amici che vogliono lavorare divertendosi.

È assolutamente così, mi rispondono. La società migliora solo se la gente è attiva e la gente è attiva solo se è stimolata adeguatamente con intelligenza e quella umiltà artigianale Italiana che fa impazzire il mondo. Per far questo è fondamentale essere amici e condividere la stessa visione delle cose. Nel nostro lavoro, aggiungono, è importantissimo vedere tutto con gli occhi di un bambino, ma da grandi. Sempre come se fosse la “prima volta”.

Dopo avere masticato un altro boccone della mia rosetta e avere ascoltato con piacere quello che mi dicevano, gli ho domandato come fosse nata la scelta di dedicarsi, oltre ad ambiti che potremo definire “classici” del design, anche di film design realizzando il pluri-premiato corto di fantascienza Space Off ( www.spaceoff.it ).

È stata la loro grande passione per il cinema, mi dicono, che li ha portati ad occuparsi di film design, un campo che coniuga perfettamente le loro capacità acquisite durante gli studi. Questo è anche il campo nel quale vorrebbero specializzarsi come studio. Bisogna pensare al cinema, aggiungono, come una vera è propria industria e al film come un prodotto industriale. In questa ottica ci si rende conto di come noi designers siamo perfettamente qualificati per lavorare in questo campo. Inoltre è un campo, quello del film design, che esalta la creatività di un progettista, ci si confronta con materiali e tecnologie molto diverse tra loro e si sperimenta sempre moltissimo.

Concordo pienamente con quello che mi stanno dicendo i ragazzi, il legame tra design e cinema, specialmente in quello di fantascienza, è biunivoco. Spesso i designers si sono ispirati al cinema, come molti registi si sono ispirati al design nel realizzare i loro film. Mi viene in mente 2001: A Space Odyssey , dove Kubrick, volle espressamente le poltroncine “Djinn” di Olivier Mourgue perché le riteneva le più adatte per il salotto del suo “Hilton Space Station”. Ma gli esempi possono essere ancora tantissimi. Parlando poi di effetti speciali e scenografie, mi viene da aggiungere che il verbo “to design” significa anche “simulare”, e dove, se non in un film (o nel teatro) si simula la realtà, anche quella non esistente?

Finisco il mio panino e mi rimangono ancora poche domande da fare, così dopo un sorso di vino gli chiedo se la presenza di Cinecittà ha avuto qualche importanza nella scelta di dedicarsi al film design.

In realtà nessuna, mi confessano loro. Tuttavia, la presenza di strutture e di persone valide che ruotano intorno a Cinecittà è sicuramente un aspetto positivo, ma non più di tanto. I ragazzi mi raccontano pure di episodi allucinanti di scarsa professionalità con alcuni “esperti della pellicola”, io rimango allibito. Tuttavia ormai mi è chiaro: loro confidano principalmente nelle loro forze e in quelle di pochi amici fidati, come Tino Franco il regista del corto Space Off.

Siamo al caffè, l'intervista è quasi al termine, mi appresto a fargli le ultime domande, così gli chiedo a cosa si stanno dedicando adesso.

Stanno preparando, mi dicono, una serie televisiva (di fantascienza?), alcuni gioielli, ma soprattutto macchine didattiche per musei, il settore dell'exhibit design è quello che attualmente gli da più lavoro. Forse, mi confidano, facciamo un po' meno industrial design nell'accezione più “classica” del termine, ma solo per una questione di tempi di sviluppo dei progetti industriali e dei prodotti che richiedono anni nei loro passaggi di controllo e di immissione sul mercato.

Purtroppo siamo alla conclusione di questa piacevole oretta passata in loro compagnia, con l'amaro del caffè in bocca gli ho chiesto quali fossero le persone che maggiormente influenzano o hanno influenzato i loro lavori.

Sono davvero tante, mi confessano, le persone che ispirano i loro lavori, tra tutti Leonardo Da Vinci, Stanley Kubrick, Chris Cunningham e Nick Park. H.G. Giger (giger.com), Carlo Rambaldi e la Aardman Animations (Wallace & Gromit… Galline in Fuga…), John Lasseter (fondatore della Pixar) e Art Leonardi (animatore della Pantera Rosa e persona osmotica). Den O'Bannon, John Carpenter, George Lucas, e Otomo Miyazaki. Jean Giraud (alias Moebius), Juan Gimenez, Oscar Chiconi, Magnus e Andrea Pazienza. Il filosofo Howard Zinn e Alessandro Chelo (del quale consigliano a tutti il librino “La Leadership Secondo Peter Pan” della Sperling & Kupfer), Syd Mead ( www.sydmead.com ), Studio Azzurro, Arnaldo Pomodoro, Enzo Colani e Droog Design. Rock e Jazz a profusione, live music e concerti, dai Beatles, agli U2, agli Ween e ai King Crimson.

Certo, la lista può essere molto più lunga e questi sono solo i primi che gli vengono in mente… d'altronde il designer deve saper spaziare!

L'intervista è finita, scambio ancora qualche ultima battuta con loro che nel frattempo, silenziosamente, si sono di nuovo messi a lavorare. C'è chi sta davanti ad un pc per montare un video, chi per ritoccare un'astronave e chi invece si è messo con il Dremel a fresare un pezzo di un modello, ma la visione complessiva è quella di uno studio di giovani progettisti veramente affiatati.

 

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